Fra il corpo che si vede e l'anima che si pensa, quattro autori della biblioteca collocano qualcosa. Steiner la chiama corpo eterico, Paracelso archeus, il Vedānta la distribuisce in cinque involucri, Scaligero la descrive come un corpo tessuto di tempo. Le quattro descrizioni non si sovrappongono, e questa pagina non le concilia: le mette a fronte, ciascuna con la sua pagina, e mostra dove si toccano e dove si contraddicono. I passi sono riportati alla lettera dalle edizioni che stanno in biblioteca. Il resto è lettura, e si riconosce dal filetto tratteggiato.
Steiner: la figura che tiene la forma
In Teosofia, il nome arriva quasi di sfuggita, come una convenzione di cui l'autore si scusa in anticipo.
«In ogni pianta, in ogni animale, oltre alla figura fisica avverte la figura spirituale piena di vita. Per avere un vocabolo che indichi questa figura spirituale, possiamo chiamarla corpo eterico o vitale.»
Rudolf Steiner, Teosofia · Editrice Antroposofica, traduzione di Ida Levi Bachi, p. 29
Una pagina dopo, la definizione si irrigidisce, e diventa una tesi:
«Per lui il corpo eterico non è soltanto un prodotto delle materie e delle forze del corpo fisico, ma è un'entità autonoma, reale, che risveglia alla vita tali materie e forze.»
Rudolf Steiner, Teosofia · Editrice Antroposofica, traduzione di Ida Levi Bachi, p. 30
Nella nota che accompagna il primo passo, Steiner torna sul nome molti anni dopo e lo cambia:
«Molto tempo dopo la redazione di questo libro l'autore ha dato a quel che viene chiamato qui "corpo eterico" o "corpo vitale" anche il nome di "corpo delle forze formatrici". A questa denominazione egli è stato indotto perché crede che non si farà mai abbastanza per evitare la confusione tra ciò che si intende qui con la parola "corpo eterico" e la "forza vitale" della scienza più antica.»
Rudolf Steiner, Teosofia · Editrice Antroposofica, traduzione di Ida Levi Bachi, nota a p. 29
Il ribattezzare vale più della definizione. Dice che l'autore stesso temeva l'equivoco che questa pagina cerca di evitare, e che il nome sbagliato costa più di una parola: fa scivolare una figura percepita dentro una forza postulata. «Forze formatrici» sposta l'accento dalla cosa all'operare, e su questo punto Steiner si avvicina a Paracelso più di quanto il suo lessico lasci vedere.
Paracelso: l'artefice che sta dentro
Nell'esposizione di Walter Pagel, l'archeus non è affatto un corpo: è il principio che separa l'individuale dal generale, e lo si conosce da quello che fa.
«L'archeus dirige ogni cosa nella sua natura essenziale.» In altre parole, in comune con vulcano, la sua funzione principale è di definire un oggetto dalla massa diffusa della "materia prima" e di guidarlo nella sua strada verso la "materia ultima", cioè di perfezionarlo conferendo specificità e accrescendo progressivamente l'individuazione. L'archeus è vulcano che opera all'interno degli oggetti, "der inwending Vulcanus".
Walter Pagel, Paracelso: introduzione alla medicina filosofica nel Rinascimento · Mondadori, traduzione di Michele Sampaolo, p. 88
Della stessa pagina è la definizione che Pagel riporta dalle parole di Paracelso, e che lega l'archeus non alla vita in generale ma al momento in cui la vita entra:
Questa specificità è l'archeus (chiamato anche «ares»). Esso sta per l'«Anatomia della Vita quale si ha nell'uomo per ognuno degli arti, e comincia nel punto in cui finisce l'anatomia dell'idechtrum, cioè quando è infusa la vita».
Walter Pagel, Paracelso: introduzione alla medicina filosofica nel Rinascimento · Mondadori, traduzione di Michele Sampaolo, p. 88
Per contrasto con Steiner: là una figura che si percepisce quando l'occhio è stato educato, qui un operaio che si deduce dai suoi effetti, e che si vede soprattutto quando sbaglia. L'archeus entra nella medicina perché la malattia è il suo errore, e questo dà alla dottrina paracelsiana una verifica che l'antroposofia, sul suo terreno, non ha.
Il Vedānta, e la tentazione dell'equivalenza
La dottrina dei cinque kośa, gli involucri che rivestono il sé, arriva in biblioteca per due strade. La prima, le Upanishad nella traduzione di Filippani-Ronconi, è una scansione senza strato di testo: si legge a occhio, una pagina per volta, e in questa pagina non è ancora stata aperta. La seconda è un lettore teosofico, e conviene guardarla proprio perché fa il gesto che qui si vuole evitare.
«ANNAMAYA KOSHA (Sans.) - Un termine Vedantino. Uguale a Sthūla Sharīra o corpo fisico. È il primo dei cinque "involucri" accettati dai Vedantini, ed un involucro o rivestimento o guaina è ciò che in Teosofia è chiamato "un principio".»
Helena Petrovna Blavatsky, Il Glossario Teosofico · Armenia, traduzione di Roberto Hack, p. 22
«ĀNANDAMAYA-KOSHA (Sans.) - "L'illusorio Corpo di Beatitudine" [...]. Il nome vedantino per uno dei cinque Kosha o "principi" nell'uomo; identico al nostro Ātmā-Buddhi o Anima Spirituale.»
Helena Petrovna Blavatsky, Il Glossario Teosofico · Armenia, traduzione di Roberto Hack, p. 20
«Identico al nostro» è l'equivalenza dichiarata, e vale la pena fermarcisi. Un kośa è una guaina: qualcosa da cui ci si sfila, e la via consiste nel riconoscere che non lo si è. Il corpo eterico di Steiner è invece qualcosa che si educa, si trasforma e si porta avanti. Uno si depone, l'altro si lavora. Chiamarli con lo stesso nome non unisce due tradizioni: cancella la sola cosa che, messe a fronte, avevano da insegnare.
Scaligero: un corpo tessuto di tempo
Scaligero eredita da Steiner il lessico e ne cambia il criterio. I quattro principi non si distinguono più per come si percepiscono, ma per la dimensione in cui stanno.
«Il corpo eterico è extra-spaziale, il corpo astrale è extra-spaziale ed extra-temporale, l'Io è concepibile come il vuoto del corpo astrale medesimo. Si può anche dire che il corpo fisico è un corpo tessuto di spazio, l'eterico un corpo tessuto di tempo, l'astrale un corpo di Luce extra-spaziale ed extra-temporale.»
Massimo Scaligero, Manuale pratico della meditazione · Sansoni, p. 13
Convergenza strutturale con Paracelso, per una via che nessuno dei due avrebbe riconosciuto: un corpo fatto di tempo non è una cosa, è un processo che dura, cioè esattamente quel che l'archeus è quando lo si guarda operare. La differenza è il verificabile. Paracelso metteva alla prova l'archeus sul malato; Scaligero mette alla prova il corpo eterico sul pensiero, e il banco di prova è il capitolo successivo del suo stesso manuale.
Dove si toccano, dove si contraddicono
Le convergenze
Tutte e quattro le descrizioni pongono, fra il corpo e l'anima, qualcosa che non è né l'uno né l'altra, e tutte lo legano alla vita e non alla coscienza: lo si ha senza saperlo. Tre su quattro, poi, finiscono per descriverlo come un'attività e non come una sostanza. Steiner ci arriva rinominandolo «forze formatrici», Paracelso chiamandolo il vulcano interno, Scaligero facendone un tessuto di tempo.
Le contraddizioni
La direzione. Il kośa si depone, il corpo eterico si trasforma. Nel primo caso si sale togliendo, nel secondo lavorando: sono due programmi di vita, non due parole per la stessa cosa.
Il numero. Uno per Paracelso, quattro principi in Steiner e in Scaligero, cinque involucri nel Vedānta. Non è un dettaglio contabile: il numero è la mappa, e mappe con un numero diverso di regioni non si sovrappongono per approssimazione.
L'accesso. Steiner chiede una percezione formata; Paracelso una deduzione dagli effetti, cioè una clinica; il Vedānta una discriminazione che procede per negazione; Scaligero il pensiero che si coglie mentre pensa. Quattro organi diversi che guardano, e non c'è ragione di credere che vedano la stessa cosa.
Quello che resta aperto
La questione non è chi abbia ragione, ma se una domanda del genere abbia senso. Le domande sui corpi sottili la formulano in tre modi: se siano percepibili o soltanto inferibili, se sopravvivano alla morte, se la pratica li cambi in modo che qualcuno se ne accorga. Prima ancora, sta la domanda sulle tradizioni, se convergano o divergano al centro. Questa pagina non risponde a nessuna delle due, e il suo scopo è che le due domande diventino più difficili da liquidare.
- Il numero è la mappa, la prima delle tre contraddizioni, distesa
- Si depone o si lavora, la seconda
- Chi guarda, e con quale organo, la terza